Continuano le proteste in Serbia contro il Governo. I protagonisti principali sono sempre i giovani e gli studenti, in un classico fenomeno a spirale, dove ad ogni azione della polizia e della Procura tesa a reprimere i fenomeni di contestazione corrisponde una nuova reazione dei giovani tesa a rinfocolare la protesta. Il rischio di una deriva violenta, da parte delle autorità o dei manifestanti, è sempre dietro l’angolo.
La causa scatenante fu il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad nel novembre del 2024, che causò la morte di 15 persone tra cui un bambino. La stazione era stata oggetto di ristrutturazione da parte di un consorzio cinese, a conferma della penetrazione economica di Pechino in Serbia. L’incidente è diventato emblematico di un sistema corruttivo nella realizzazione di opere pubbliche sotto l’egida del governo.
Le proteste, scoppiate immediatamente dopo il crollo della pensilina e guidate soprattutto dagli studenti ma partecipate da settori sociali sempre più ampi, da una rivendicazione di trasparenza e di lotta contro la corruzione si è allargata ad una contestazione della politica governativa, coinvolgendo direttamente il Presidente della Repubblica serba Aleksandar Vučić.
Manifestazioni di piazza, blocchi stradali, occupazione di edifici universitari, forme di disubbidienza civile: la protesta dei giovani ha assunto sempre più un carattere politico, e dura ormai da sette mesi. L’ultima grande mobilitazione è avvenuta il 28 giugno scorso, e gli arresti eseguiti dalla polizia hanno generato nuovi scontri e nuovi blocchi stradali. La rivendicazione giovanile ormai è sfociata nella richiesta di elezioni anticipate.
I dati politicamente rilevanti appaiono due. Il primo è la durata delle proteste: sette mesi sono troppi per essere liquidati semplicisticamente, anche per un incidente così grave come quello di Novi Sad. Esprimono invece un malessere profondo, un disagio civile molto forte, che per esprimersi nelle strade di Belgrado e di altre città serbe non teme più né gli interventi della polizia né gli arresti giudiziari.
Il secondo è il livello delle accuse che polizia e Procura rivolgono agli studenti: cospirazione per rovesciare lo Stato, alterazione violenta dell’ordine pubblico, attacco contro le istituzioni statali. Sono accuse gravi, quasi da sommossa, troppo gravi per non tradire preoccupazione e timore all’interno dei palazzi del potere.
Il Presidente Vučić ha dichiarato domenica scorsa che lo Stato ha sventato i tentativi dei manifestanti di mettere in atto una “rivoluzione colorata”. Ha pronunciato quindi le parole magiche: “rivoluzione colorata”. Sono le parole con cui sono state chiamate le azioni di disubbidienza civile in alcuni Stati dell’ex impero sovietico (in Georgia nel 2003, o in Ucraina nel 2004) contro regimi corrotti e autoritari, e a favore di società più democratiche e occidentali. Sono parole che indicano una preoccupazione forte: speriamo che non anticipino una altrettanto forte repressione.
Dopo le ultime proteste a Belgrado si è mosso addirittura il Ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov: la Russia, alleata storico della Serbia, auspica che la situazione a Belgrado si calmi e che l’Occidente non intervenga sostenendo una “rivoluzione colorata”. I timori sembrano espandersi anche al Cremlino.
Il marconista di bordo
