L’11 luglio del 1995, trenta anni fa, le truppe serbo-bosniache al comando del generale Ratko Mladić entrarono e presero definitivamente il controllo della città di Srebrenica. Iniziò un massacro che la Corte internazionale di giustizia riconobbe come un vero e proprio genocidio, sulla base della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948.
Srebrenica era stata sotto assedio per molti mesi con alterne crudeltà, compreso il blocco totale degli aiuti umanitari a favore della popolazione musulmana imposto da Mladić. La logica di una guerra spietata s’impose nelle incursioni delle milizie musulmane al comando di Naser Orić e nelle reazioni feroci dei serbi.
Il massacro della popolazione musulmana avvenne sotto gli occhi di un contingente militare ONU immobile, distratto, con malcelate simpatie verso una delle due parti in conflitto.
Il genocidio di Srebrenica fu avvertito allora come un orrore proveniente dal passato, la riemersione dalla notte dei tempi di un’epoca buia e crudele. L’Europa, appena liberata dalle dittature comuniste, si avviava versi anni di libertà, pace e prosperità. Le guerre balcaniche in generale, e l’orrendo massacro di Srebrenica in particolare, apparivano come il rigurgito violento di un mondo destinato a sparire. Probabilmente nessuno poteva intuire che invece di un malvagio epilogo di un’era consunta, si aveva l’anticipazione di un mondo che dopo qualche decennio sarebbe potuto apparire in Europa e altrove. Non una chiusura, dunque, ma forse un prologo.
Di cosa poteva trattarsi di un’anticipazione? Di un mondo nel quale ritorna l’ideologia nazionalista più estrema e radicale, che finisce per uccidere sia il sentimento patriottico che le identità nazionali diversa dalla propria. Il nazionalismo estremista non tollera nessuno al di fuori di sé stesso, si nutre di parole d’ordine impregnate di odio e di disprezzo, si esalta nella sopraffazione e nell’annientamento dell’avversario. Si arriva al paradosso che comunità civili che hanno condiviso una forma di convivenza ragionevolmente tranquilla siano inondate da parole incitanti all’odio e alla vendetta spesso propalate da classi politiche irresponsabili, e ne vengano travolte. Si tratta di un mondo nel quale l’insofferenza e l’intolleranza verso i “diversi” cresce sempre più, e la violenza diventa un “normale” strumento della politica (vedi il terrorismo jihadista, la guerra a Gaza, l’aggressione all’Ucraina). Un mondo nel quale l’efficacia delle Nazioni Unite risulta gravemente danneggiata se non annientata, come del resto gran parte delle istituzioni internazionali: la potenza nazionale non viene più messa al servizio della risoluzione di controversie in sedi multilaterali, ma viene esercitata in splendida solitudine dispiegando la propria capacità coercitiva.
Srebrenica è stata un orrore, una vergogna, e un presagio. L’orrore di un genocidio, la vergogna di una fuga dalle proprie responsabilità, il presagio di un mondo peggiore nel quale stiamo entrando.
La giustizia penale ha fatto il suo corso, non sempre scevro da critiche, attraverso la Corte internazionale di giustizia e il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. La diplomazia ha generato gli Accordi di Dayton, formalizzando l’assetto interno della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina costituito da due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (croato-musulmana) e la Repubblica Srpska (serba). La politica deve concorrere ad evitare che l’ideologia del nazionalismo estremista, l’abitudine all’odio e alla prepotenza nelle relazioni internazionali, l’utilizzo della violenza come prassi consueta della composizione dei conflitti, e la crisi delle istituzioni multilaterali non diventi la normalità di un futuro cupo per le attuali e per le nuove generazioni.
Il marconista di bordo
