La produzione cinematografica spagnola ci propone una miniserie televisiva ben fatta sull’agghiacciante follia violenta dei neo-nazisti spagnoli, sui loro mandanti, sulla corruzione dei loro protettori. La miniserie s’intitola Salvador (2026), ideata da Aitor Gabilondo e diretta da Daniel Calparsoro, entrambi spagnoli.

Salvador è il tipico anti-eroe di indole altruistica e di solidi valori civili, fa l’autista di ambulanze, e frequenta le sedute terapeutiche per ex alcoolisti. Ha perso la moglie, e la figlia lo ha abbandonato piena di rabbia e di odio nei suoi confronti. “Salvador salva le vite”, ma non riesce a salvare la sua.

La trama della miniserie ruota intorno alla scoperta casuale, da parte di Salvador, della militanza della figlia nei gruppi neo-nazisti di Madrid. Lei viene gravemente ferita durante feroci scontri tra giovani neo-nazisti, giovani arabi e poliziotti, e finisce uccisa in ospedale, dove era stata ricoverata d’urgenza, da un gruppo di fanatici che irrompono nel pronto soccorso con l’intento di ucciderla selvaggiamente. Salvador non si darà pace finché non troverà il colpevole, e sarà un colpo di scena per tutti.

Ben fatta è la ricostruzione dell’ambientazione di questi gruppi neo-nazisti madrileni, che prima ancora dell’ideologia sono da studiare dal punto di vista psichico e sociale. Giovani fanatici, ricolmi di odio, pieni di frustrazioni e di fallimenti familiari o lavorativi, colmano il loro vuoto con una feroce violenza verso le loro ossessioni: gli immigrati e gli arabi. Sostenitori della squadra di calcio del Real Madrid, ogni occasione è buona per picchiare brutalmente i loro, a volte presunti, avversari. Trafficano con la droga, e si coprono di rispettabilità “aiutando” i bianchi spagnoli in difficoltà. Ma l’aiuto è solo per loro: se il cittadino spagnolo è di colore, non si aiuta; se lo spagnolo è arabo, non si aiuta.

La bestialità della violenza neo-nazista risulta efficacemente rappresentata in tutti gli episodi, ma il vero significato della miniserie emerge in una cena dove seggono i mandanti di quella violenza, i loro profittatori, i veri burattinai del gioco perverso messo in campo dal fanatismo folle dell’estrema destra spagnola. Con quale finalità? L’eterna e insaziabile cupidigia di denaro, lo sfrenato desiderio di carriere sicure e protette, l’avidità del potere.

Intorno a quella tavola, all’interno della lussuosa villa di un imprenditore privo di ogni scrupolo, si ritrovano sei persone. A capotavola c’è lui, l’industriale Nicolás Dávila, il vero capo di tutta la combriccola. Da un lato c’è il poliziotto corrotto, un dirigente che indirizza, depista, cancella, inquina tutte le indagini scomode per l’imprenditore. Accanto a lui siede il fratello, un avvocato, a rappresentare quei professionisti che fungono da snodo professionale per gestire i traffici criminali. All’altro capo della tavola c’è la leader di una nuova formazione politica di estrema destra, la rappresentante visibile e pubblica, il necessario tassello politico della violenza della manovalanza neo-nazista e, soprattutto, degli interessi economico-finanziari dei mandanti. Davanti ai due fratelli siedono Carla, la proprietaria del bar dove si riuniscono i neo-nazisti, e il povero Salvador, là presente perché gli hanno garantito che Dávila sa chi ha davvero ucciso sua figlia.

Salvador è una miniserie che consigliamo di vedere. Vi si trova quell’intreccio di bestialità violenta, di fanatismo neo-nazista, di trame economico-finanziarie, di corruzione, di criminalità organizzata, che molto probabilmente non riguarda solo la Spagna.