Quest’anno è stato celebrato un importante anniversario nell’ambito della letteratura tedesca ed europea. Thomas Mann nacque 150 anni fa a Lubecca, e morì 70 anni fa a Zurigo. Si tratta probabilmente del maggiore scrittore tedesco, e uno dei più grandi in Europa, del XX secolo. Premio Nobel per la letteratura nel 1929, ha scritto romanzi, racconti, saggi, discorsi, che rimangono pietre miliari nella storia del Novecento.
La prima grande opera è del 1901, I Buddenbrook, nella quale traccia la decadenza di una famiglia borghese di Lubecca, la città anseatica che gli dette i natali. Più generazioni della famiglia e delle sue attività mercantili si susseguono nel romanzo, delineando un affresco sicuramente costruito anche con molti tasselli autobiografici. Riti familiari, cicli di vita, caute avventure commerciali (“Figlio mio, dedicati con gioia agli affari durante il giorno, ma occupati solo di quelli che ci permettono di dormire tranquilli la notte”), tutto si rinnova nella comunità cittadina, con cambi caratteristici del ritmo narrativo.
Nel 1924 Thomas Mann pubblica uno dei romanzi più importanti del Novecento, La montagna incantata. Ambientato negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale, vede il giovane protagonista Hans Castorp andare a Davos, sulle montagne svizzere, per visitare il cugino Joachim lì ricoverato in un sanatorio a causa dell’insorgere della tubercolosi. Hans avrebbe dovuto restare poche settimane, rimarrà invece sette anni, sia per la storia d’amore sorta con una paziente (madame Cauchat), sia per l’incanto provato nel vivere nella piccola comunità del sanatorio, un mondo piccolo ma completo. Hans tiene conversazioni su tante sfaccettature del sapere, dalla storia alla politica, dalla filosofia alla teologia, facendo del romanzo una sorta di “summa” della conoscenza. Tra i suoi interlocutori ci sono l’italiano Settembrini (un esempio della tradizione illuminista) e il gesuita Naphta (più vicino al mondo romantico e decadente). Hans dovrà lasciare il sanatorio per arruolarsi nell’esercito impegnato nella Prima Guerra Mondiale. Lui vi trovò la fine della vita, la Germania la fine dell’impero.
Molti altri romanzi e racconti si sono incasellati nel parterre della letteratura novecentesca, dal Doktor Faustus (ancora un lavoro sulla decadenza, in questo caso simboleggiante la rovina della Germania) a La morte a Venezia. Ma ciò che vogliamo ricordare non è solo il talento artistico e la valenza intellettuale di Thomas Mann, ma anche il suo inevitabile coinvolgimento nelle vicende della storia e della politica.
Mann appartiene alla borghesia tedesca, favorevole alla guerra nel 1914, e sostanzialmente aderente a forti valori conservatori. La dissoluzione dell’impero con la sconfitta della Germania nel 1918, dopo una iniziale simpatia verso la destra tedesca alla ricerca, come molti altri suoi concittadini, di un nuovo ordine e di una nuova rinascita dopo la disfatta bellica, Thomas Mann espresse una convinta adesione alla Repubblica di Weimar e una radicata diffidenza prima e ostilità poi all’insorgere del nazismo.
Lasciò la Germania con l’avvento di Adolf Hitler, perdendo così la cittadinanza tedesca e gran parte delle sue proprietà. Emigrò negli Stati Uniti da dove, dopo il 1940 e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, attraverso la BBC lanciò (purtroppo inutilmente) decine di radiomessaggi ai suoi concittadini tedeschi contro il nazismo.
Sembra agitarsi, nella sua coscienza di intellettuale, la domanda chiave che impegna principalmente la società tedesca, ma non solo: come è possibile che la Germania, con la sua cultura straordinaria, abbia potuto generare una mostruosità come il nazismo?
Nella conferenza intitolata La Germania e i tedeschi tenuta presso la Biblioteca del Congresso a Washington il 29 maggio 1945, tre settimane dopo la fine della guerra in Europa, Thomas Mann parlò del destino tedesco e delle sue colpe, del cosmopolitismo e nella sua trasformazione in un bieco nazionalismo. Parole di grande valore, che meritano di essere rilette anche oggi, alla luce di quanto accade nella società tedesca contemporanea.
