Insieme alle diverse tornate elettorali tenutesi in Europa nel mese di marzo, domenica 22 e lunedì 23 si è svolto anche il referendum costituzionale in Italia sulla riforma della giustizia, una delle poche riforme promosse in questa legislatura. Il responso elettorale è stato netto: 15 milioni di NO hanno sconfitto 13 milioni di SI.
La pubblicistica ci ha restituito alcune fotografie che rimarranno in un ipotetico album delle frustrazioni. Accanto ad analisi accurate del voto, si possono leggere commenti di senno fuggiti. Così scopriamo l’esistenza anche di complottardi che indicano nel milione di cittadini italiani islamici, ritenuti automaticamente ostili al centro-destra, una delle possibili cause della sconfitta del SI. Questo miscuglio di complottismo, vittimismo e decisionismo fa molto male al centro-destra, ma non sembra esserne del tutto consapevole.
Le reazioni del fronte del NO sono state in parte adeguate alla soddisfazione per una vittoria elettorale, in altre parti inutilmente sguaiate, in altre ancora totalmente irresponsabili. Le scene di giubilo al canto di “Bella ciao” viste in un’assemblea di magistrati, più simili alle tifoserie delle curve degli stadi piuttosto che ai rappresentanti di un potere dello Stato, sono molto dannose per il decoro e il prestigio della magistratura. Le istituzioni devono avere un altro stile e un’altra sobrietà.
Le ripercussioni sul governo consistono in alcune dimissioni e in una nuova parola d’ordine. Dopo che il Ministro di Grazia e Giustizia si è assunto la responsabilità della sconfitta, a dimettersi non è stato lui ma un suo Sottosegretario, la sua Capo Gabinetto, e un’altra signora Ministro che nulla c’entra con il referendum. Al momento, anche il Capogruppo parlamentare di un partito della maggioranza si è dimesso.
La nuova parola d’ordine illumina un po’ di più il senso di queste dimissioni, in qualche caso fuori luogo, e tutte comunque tardive. La parola d’ordine della Presidente del Consiglio sarebbe: non coprirò più chi sbaglia. Questo indica una debolezza, una volontà di rivalsa, e una concezione del potere.
La considerazione a nostro giudizio più rilevante non riguarda l’analisi tecnica del voto referendario, ma la sua premessa politica. La Costituzione nacque con una visione organica dei poteri dello Stato, ed ha garantito tutti in un’epoca di feroci contrasti. La Guerra Fredda non era solo la contrapposizione tra NATO e Patto di Varsavia, e non c’era solo il Muro di Berlino a dividere i blocchi: c’era un muro che passava anche dentro le nazioni. Nonostante quel muro, la Costituzione fu redatta insieme perché dettava i principi e le regole del gioco per tutti. Questo era lo “spirito costituente”, al di là della maggioranza e dell’opposizione.
Anche i meccanismi per la revisione della Carta costituzionale riflettono quello “spirito costituente”: sono meccanismi che inducono a trovare un’intesa la più larga possibile in Parlamento, altrimenti diventa obbligatorio (e incognito) il referendum popolare. Dal 1948 al 2026 sono state approvate definitivamente ben 47 leggi di revisione della Costituzione, di cui 2 sono dovute passare anche dal vaglio referendario in quanto non erano state approvate dal Parlamento con la maggioranza qualificata richiesta.
Altri 3 referendum costituzionali sono stati sottoposti al giudizio popolare, e bocciati. Questo significa che se vogliamo cambiare la Costituzione, è meglio trovare una larga intesa in Parlamento: il popolo sovrano non ama molto le modifiche alle regole del gioco repubblicano se approvate solo dalla maggioranza governativa vigente in quel momento.
Il marconista di bordo
