Il Senato degli Stati Uniti ha espresso il suo voto, nella seduta del 23 giugno scorso, sulla Risoluzione congiunta già approvata dalla Camera dei Rappresentanti (H. Con. Res. 86) il cui testo integrale è stato recentemente pubblicato da PaginaEuropa. La Risoluzione, non vincolante, ordina al Presidente USA di ritirare le Forze Armate statunitensi dalle ostilità contro l’Iran, a meno che non sia autorizzato dal voto del Congresso.
Pur non essendo vincolante, il voto definitivo dei due rami del Congresso americano ha un duplice significato politico.
Il primo consiste nel fatto che dal 1973, anno di entrata in vigore del War Powers Act sulla base del quale è stata presentata la Risoluzione congiunta sull’Iran, non era mai accaduto che il Congresso votasse contro il Presidente. Quanto appena approvato non è giuridicamente vincolante, ma è politicamente molto rilevante. La frattura tra Presidenza e Parlamento, su un tema così straordinariamente delicato come la forza militare e i poteri che consentono di usarla, è grave anche sul piano istituzionale. Non sembrano argomenti particolarmente importanti per Donald Trump, ma per la democrazia americana lo sono senz’altro. Una delle differenze basilari tra tirannia e democrazia risiede proprio nei limiti e nelle procedure di utilizzo della forza.
Il secondo significato politico riguarda le fratture interne al Partito Repubblicano. In entrambi i rami del Congresso la maggioranza è in mano allo stesso partito del Presidente, e se in entrambi i rami del Congresso la volontà presidenziale viene sconfitta, su un tema come la guerra, significa che una parte della sua maggioranza non ne può più.
Il voto in Senato si è concluso con 50 voti a favore della Risoluzione congiunta, e 48 contrari. Due senatori non hanno votato. Quattro senatori repubblicani hanno votato insieme ai democratici, e i due non votanti sono anch’essi repubblicani. I repubblicani contrari sono Bill Cassidy (Louisiana), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowski (Alaska), e Rand Paul (Kentucky). I due non votanti sono stati Mitch McConnell (Kentucky) e David McCormick (Pennsylvania).
Il post con la reazione di Donald Trump viene inserito sulla sua piattaforma Truth (sic) il 24 giugno 2026 alle ore 4:39, stizzito e autoesaltato: “Quindi, ho l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa, e che, per la prima volta in decenni, rispetta gli Stati Uniti e il suo Presidente, IO, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in modo inopportuno e insensato sulla legge sui poteri di guerra dicendo al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Stati Uniti non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ho fornito aiuto e conforto al nemico. Quattro Repubblicani perdenti hanno votato con i Democratici. Questi senatori mi hanno appena reso il lavoro più difficile, ma lo farò, in un modo o nell’altro, perché lo faccio sempre!”. Firmato: Presidente DJT.
Il marconista di bordo
